Dopo i primi tre cofanetti che Anime Factory ha presentato negli ultimi mesi, il sessantaquattresimo successore della Divina Scuola di Hokuto torna in home video con il quarto volume di Ken Il Guerriero, disponibile in DVD dal 14 febbraio 2019, quale appuntamento conclusivo della prima serie.

Questo anime fu trasmesso per la prima volta in Italia nel 1987 e da allora ha maturato un successo in grado di far entrare la figura di Kenshiro nell’immaginario culturale dei più grandi eroi degli ultimi decenni. Ma scopriamo più da vicino le origini del mito!

Il pugno del Grande Carro

Le avventure di Kenshiro, ultimo discendente della Divina Scuola di arti marziali Hokuto, nonché ultimo eroe in un tutt’altro che confortante scenario terrestre post-atomico in cui vige la legge del più forte, conquistarono immediatamente il cuore degli spettatori dello stivale più famoso del globo, tanto che, già nel 1990, Granata Press decise di pubblicarne il manga originale sulla rivista Zero, raccogliendolo, poi, in volumi monografici nella prima delle numerose edizioni italiane.

Perché, è bene ricordarlo, Hokuto no Ken (letteralmente “Il pugno del Grande Carro”) nacque proprio come manga di Tetsuo Hara e Buronson, pubblicato nel 1983 sul settimanale Shonen Jump della casa editrice Shueisha, anticipando di un solo anno la celebre trasposizione animata.

 

La Divina Scuola di Hokuto

Ma cosa è, precisamente, la Divina Scuola di Hokuto?

Occorre parlare di kenpo, ovvero un’arte marziale che ebbe origine in Cina circa due millenni fa per mano dei buddisti, allora una minoranza oppressa, e che, a causa della sua potenza distruttiva, viene tramandata da sempre ad un unico successore per generazione.

Coloro che perdono la disputa per la successione, sono condannati a subire la pratica dei “pugni bloccati”, consistente nella cancellazione della memoria e nella distruzione delle mani; i maestri di tale arte marziale possiedono la conoscenza di particolari punti presenti nel corpo umano detti tsubo, premendo i quali, facendovi confluire tutta la propria energia, si provoca la perdita di controllo nel movimento, la paralisi e l’esplosione dell’avversario.

Sette stelle di violenza

Un aspetto, quest’ultimo, che è stata ripreso nell’anime con le sue immagini di violenza quasi splatter e, di conseguenza, atipiche e all’avanguardia per un panorama animato che, allora, già considerava violente le coinvolgenti avventure dei robot giganti e del mostro umano Bem.

Del resto, si era da poco usciti dal decennio che in Oriente, cinematograficamente parlando, aveva sfornato un’infinità di lungometraggi basati su scontri d’arti marziali, a cominciare dal super cult Cinque dita di violenza (letteralmente “Il pugno numero uno al mondo”, 1972) e dalla fondamentale figura di Bruce Lee. Figura cui Kenshiro, alla ricerca dell’amata Julia, caratterizzato dalle cicatrici raffiguranti sette stelle dell’Orsa Maggiore inflitte sul suo torace dal malvagio Shin, non poté fare a meno di rifarsi. Sfoggiando anche un look e un vestiario derivati da quelli del Mel Gibson della saga Mad Max, fonte dichiarata d’ispirazione, anche per quanto riguarda la polverosa e desolata ambientazione futuristica.

 

Da Shin a Fist of the North Star

E chi è Shin? Innamorato come Ken di Julia, è un dittatore protetto dalla Stella del Sacrificio e appartenente alla Sacra Scuola di Nanto, oltre che maestro dello Stile dell’Aquila Solitaria.

È proprio dalla sconfitta che Ken subisce da quest’ultimo che prende il via la serie di avventure, destinate a procedere con il protagonista che, accompagnato dai giovanissimi Bart e Lynn, parte per un viaggio che lo porta a rivelarsi progressivamente il salvatore di fine secolo.

Il tutto, dispensando un’infinità di esageratissimi ed emozionanti scontri corpo a corpo con tanto imponenti quanto carismatici avversari non troppo realistici che, uniti ai forti sentimenti posti al centro delle storie raccontate e alle archetipiche caratterizzazioni di personaggi, facilmente accostabili a vizi e virtù che caratterizzano la natura umana di qualsiasi epoca e contesto sociale, hanno contribuito non poco alla notevole popolarità raggiunta dall’anime.

Oltrepassando ogni limite temporale e geografico, tanto che, a metà anni Novanta, Tony Randel ne ha derivato il lungometraggio live action made in USA Fist of the North star, visto in Italia soltanto in tv, circa due decenni più tardi, con il titolo Il ritorno di Kenshiro.